All’inizio di Marzo 2026, quando gli operai hanno finalmente svuotato il deposito intorno al Giardino Druidico, si sono portati via tantissimo materiale edile, ma altrettanto ne hanno lasciato poiché ormai, dopo 15 anni, era interamente coperto di terra.
Nell’andarsene sono venuti a salutarci e, mentre mio papà ed io portavamo avanti i pesanti lavori di ampliamento, mi hanno detto: “Se ti serve, puoi prendere tutto quel che resta, noi lo lasciamo qui”. Così ho posato pala e piccone e sono andata a perlustrare la zona.
Era un mattino gelido, livido, e a tratti piovigginava pure.
L’umido mi si infilava fin sotto la pelliccia dell’orsetto e ricordo che tenevo stretti i guanti da lavoro solo per avere le mani un po' al caldo. Il ciclo era appena arrivato, la colazione fatta alle 6 era ormai un vago ricordo ed il mio umore tendeva così tanto al tetro che, nel guardare quel terreno semideserto e gli alberi ancora spogli, mi tornava alla mente Casa Usher con tutte le sue stramberie.
Camminavo piano, per non inciampare nei ferri vecchi affioranti dalla terra come scheletri, quando un pensiero luminoso e caldo si è fatto avanti attraversandomi la mente e d’improvviso mi sono ricordata della mia vecchia idea: creare una piccola stradina di mattoncini, tipo Mago di Oz.
Fu un lampo fulmineo, durato forse due secondi ma incredibilmente vivido, e mentre facevo a mente il calcolo del costo – esorbitante – del materiale che mi sarebbe servito, ecco un tralcio di rovo agguantarmi la caviglia.
Dapprima strattonai, infastidita più dal freddo che da altro, ma poi ricordo d'esser stata costretta a fermarmi per non strappare i jeans e fu cosi che, mettendo una mano a terra per liberare il piede, li vidi: un mucchio di mattoncini di varie dimensioni se ne stava lì, sonnecchiante sotto la gabbia dei rovi, proprio come nelle favole.
Ed era tutto mio. Il mio tesoro luminoso in quel giorno di pioggia.
Inutile spiegare la corsa che ho fatto per tornare a prendere gli attrezzi, raccontando rapidamente a mio papà tutto il cerchio dei miei pensieri; io che nella mente vedevo già la stradina bella e fatta e lui che, guardandomi gesticolare e parlare a raffica, non ci capiva assolutamente nulla.
È stata la scenetta buffa che ha riscaldato quella giornata uggiosa.
Fatto sta che da quel giorno ho passato ore e ore a recuperare mattoncini dal terreno e a portarli fino al Giardino, il luogo in cui finalmente, nei successivi giorni di sole, ho potuto dare forma concreta alle mie idee e pavimentare qui e là, praticamente a costo zero.
Un altro pezzettino di magico lavoro si aggiunge alla nascita di questo Giardino Druidico, ormai ribattezzato 2.0.
E se credete che abbia esagerato con il clima per romanzare un po' il racconto, vi lascio un’istantanea di quel giorno all’ora di pranzo, scattata da casa dei miei e da me subito intitolata “il fortino abbandonato”.
Faceva un umido tale che ancora adesso sento nelle narici l’odore di terra smossa e muschio. Una nota a tratti decadente e lugubre, ma pure assurdamente gioiosa. Chissà, forse una certa linea di sangue Addams mi scorre dentro insieme a quella dei Sinclair. Non lo sapremo mai. A dire il vero, non conosco neanche il mio gruppo sanguigno. Ma tant'è, ora ho la mia stradina “ed altri pavimenti”, e posso dirmi felice.
Se ti va di leggere gli alti capitoli dedicati al giardino o di ritrovare questo in
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